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The Wine Roads interview Evaristiano
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Società Agricola EVARISTIANO
Società Agricola Semplice

Sede Operativa:
Stabilimento Enologico di Is Araus
Loc. Is Araus SP 10 Km 10,500
Marina di Putzu Idu
San Vero Milis -OR-

Tel. 0783/52007

Fax 0783/52004

E-Mail: vinievaristiano@gmail.com

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Press

11 January 2011

LE SUORE DEL VINO

A nord del Golfo di Oristano, proprio di fronte all’isola
di Malu Entu (vale a dire “vento cattivo”, nome che
un improvvido cartografo sabaudo, ai tempi del Regno
di Sardegna, tradusse in Mal di Ventre) si affaccia Putzu Idu.
Siamo nel Sinis, costa occidentale sarda, un territorio in cui l’economia
si apre più verso il mare – spiagge, turismo e pesca – che
verso l’interno dove la terra è spoglia e difficile da coltivare. Ma
questo non vale se sei in missione per conto di Dio. A Putzu Idu,
infatti, ha sede l’azienda vinicola più benedetta d’Italia, quella
della Compagnia delle figlie del Sacro Cuore evaristiane: stiamo
parlando di suore che vendemmiano, vinificano e imbottigliano
vini di qualità, rigorosamente biologici. Ma partiamo dall’inizio.
La salvezza in divisa da alpino
Tutto nasce da Evaristo Madeddu, il padre fondatore della comunità
religiosa, scomparso nel ’66, laico di profondissima spiritualità,
che dedicò la vita all’assistenza dei disagiati. Ma padre Evaristo,
famoso in tutta la Sardegna per il suo carisma di predicatore, fu
soprattutto un uomo pratico. Sarto, contadino, costruttore, pittore,
scultore, Madeddu decise fin dal dopoguerra che la sua comunità
doveva perseguire un regime di autoproduzione in campo agricolo,
che permettesse non solo il sostentamento senza bisogno di elemosine,
ma servisse anche come attività di formazione e orientamento
al lavoro per le persone con disabilità. Oggi le cinque suore
evaristiane di Putzu Idu, con l’aiuto di confratelli, volontari e laici,
ospitano nei mesi estivi un centinaio di persone di ogni età – la decana
ha compiuto da poco 100 anni – e continuano a dedicarsi alla
coltivazione della terra. A raccontarcelo è suor Margherita, la superiora:
«La comunità di Putzu nasce nel ’58, quando padre Evaristo,
che aveva fondato già altre comunità in giro per la Sardegna, decise
che era giunto il momento di aprire una sede al mare, con il doppio
intento di aiutare gli abitanti locali, afflitti dalla denutrizione, e far
soggiornare qui i disabili nei mesi caldi, per le cure elioterapiche.
Così acquistò il terreno e partì con i lavori. Io entrai da novizia,
allora qui non c’era luce né acqua corrente, ma in pochi anni il
complesso crebbe e diventò il centro più importante del territorio.
Tutte le attività erano qui: la chiesa, le scuole elementari e medie
parificate, il campo sportivo, la guardia medica; tutto è nato qui».
A quel periodo d’oro seguì un lento degrado. Emigrazione e denatalità
svuotarono il territorio, la scuola dovette chiudere e la
comunità – siamo intorno al ’95 – sembrò sul punto di scomparire.
«Non avevamo più un soldo per far fronte alle spese e il complesso
era pericolante. Non c’erano alternative: avremmo dovuto
chiudere». E invece? «E invece arrivò la Provvidenza di Dio, in
divisa da alpino». Proprio così. Un gruppo di alpini di Trento capitò
per caso a Putzu Idu e, dopo essere entrati in contatto con la
difficile realtà delle religiose e dei loro assistiti, decise di aiutare la
comunità. «Tornarono in continente, ma poco dopo mi chiamarono
e dissero solo: arriviamo giovedì. Era il 1996. E quel giovedì
arrivarono davvero: una colonna di camion targati Trento con
materiali, attrezzature e i primi 35 alpini, che si diedero il cambio
ogni settimana. Così, anche con l’aiuto dei loro commilitoni sardi
e di molti altri volontari, nell’arco di quattro mesi, potemmo inaugurare
la nostra rinnovata “casa al mare”, completamente ristrutturata.
Era il 26 ottobre 1996, un giorno indimenticabile». Da
allora gli alpini sono di casa. Tornano in vacanza con la famiglia
e, se c’è da dare una mano, non si tirano mai indietro, tanto che
la comunità di Putzu Idu ha deciso di intitolare a loro una traversa
di via Evaristo Madeddu, via degli Alpini appunto: due strade che
s’incrociano, esattamente come è successo nella realtà.
Dal ’96, inoltre, le suore hanno potuto dedicarsi con maggiore
tranquillità alle loro attività. «Oggi siamo orientate ad accogliere
soprattutto disabili» spiega suor Margherita. «Vogliamo essere la
loro seconda casa. Purtroppo abbiamo sempre più richieste che
non riusciamo a soddisfare. Noi viviamo solo del nostro lavoro,
stiamo nei campi per sostenere la nostra indipendenza alimentare
e cerchiamo di ricavare qualcosa dalla vendita dei nostri prodotti,
secondo il celebre ideale benedettino che noi abbiamo reinterpretato
come labora et ora, cioè: mentre lavori, prega».
«L’aspetto più caratteristico della comunità è che il fondatore aveva
un fortissimo legame con il mondo contadino» ci spiega Paolo
Gheda, storico dell’Università della Valle d’Aosta che si è innamorato
della realtà evaristiana al punto da dedicarle un volume, scritto
insieme ad Andrea Bobbio, che approfondisce il profilo storico e gli
aspetti pedagogici della Compagnia del Sacro Cuore. «L’estrazione
contadina di Evaristo Madeddu si traduce in una cultura precisa: la
cultura della solidarietà contadina, l’idea tipica per cui l’aiuto reciproco
fa parte dell’armonia della natura, dove c’è il piano salvifico
divino ma c’è anche un aspetto molto terreno, e cioè la solidarietà.
Questo contraddistingue gli evaristiani che, contrariamente alle
altre comunità, non raccolgono offerte né elemosine. Si tratta di
una realtà che offre un servizio, ma anche la sua produttività è un
servizio in sé, secondo il vecchio modello delle unità contadine».
E aggiunge: «Una cosa molto interessante è la loro lettura della
presenza di Dio anche nella vita agricola. Ma attenzione: niente a
che fare con lo spiritualismo degli asceti, per loro si tratta di qualcosa
di tangibile. Dicono: guarda l’uva che nasce e cresce. Ecco: Dio
è visibile e si manifesta attraverso i prodotti della terra. Si tratta di
una visione assolutamente originale e infatti la chiesa ufficiale ha
sempre avuto difficoltà a inquadrare gli evaristiani».a agricola,
Il risultato di questa visione è a cinque chilometri dal mare, dove
sorge l’azienda agricola vera e propria che visitiamo insieme a Marco
Piludu, confratello che si occupa dell’amministrazione, e al nipote
Mattia che studia enologia a Cagliari. L’azienda ha a disposizione 23
ettari, per metà dedicati alla coltivazione di ortive e per l’altra metà
ai vigneti. Tutto il prodotto è di agricoltura biologica certificata per
qualità e rintracciabilità. «Il biologico è stata una scelta obbligata» ricorda
Marco Piludu. «Quando è nata l’azienda agricola, grazie a un
lascito degli anni Ottanta, non avevamo soldi per fare nulla di più del
puro biologico. Per fortuna le nostre terre si sono rivelate fertili: l’aria
è pulitissima, non esiste inquinamento, e così gradualmente siamo
passati da 5 ettari frazionatissimi ai 23 attuali». Aggiunge Gheda: «Il
discorso del biologico è anche frutto della loro visione. Non si tratta
di una scelta fatta per speculare ed entrare in un business di moda.
Il fatto è che loro vedono in ogni tecnica innaturale una sorta di intrusione
che spezza l’armonia: il vino si può fare in un solo modo:
quello biologico. Non ci sono altri sistemi per farlo».
Oggi le suore evaristiane producono tre Doc – il Cannonau Aristo,
il Monica Flora e il Vermentino Is Araus – e due Igt: uno bianco (da
uve vermentino, chardonnay e sauvignon) e un rosso (sangiovese,
cabernet sauvignon, barbera e cannonau). Inoltre, quest’anno, è nato
un ottimo passito da meditazione, il Dominus. Tutto l’iter del vino,
dalla coltivazione alla vendita, è seguito dalle sorelle, dai confratelli,
dagli ospiti della comunità e da numerosi volontari. I dipendenti
sono pochissimi e uno di questi è proprio Mattia che spiega: «Il biologico
ha anche il suo lato negativo. Quest’anno la peronospora ha distrutto
gran parte del raccolto, non abbiamo ancora fatto un bilancio
definitivo, ma salvare il 20% delle uve sarebbe già un gran risultato».
Visitiamo le vigne e poi scendiamo nella cantina, attrezzata con
impianti e macchine di prim’ordine, dove assaggiamo l’eccellente
Cannonau, premiato qualche anno fa a Vinitaly. «Abbiamo fatto
grandi investimenti qui, anche sul fronte commerciale. Stiamo
organizzando il sito per le vendite in tutta Italia, e poi pian piano
ci stiamo facendo conoscere. Passano in molti, magari incuriositi
dalla storia della comunità, comprano i nostri vini, li assaggiano
e poi continuano a prenderli». Interviene Marco: «Chi acquista
i nostri prodotti collabora con noi, perché favorisce i programmi
sociali della comunità. E se questo non gli interessa, pazienza: in
ogni caso, si porta a casa un gran prodotto».
L’indomani torniamo a salutare suor Margherita e la travolgente
suor Emanuela – che qui tutti chiamano “suor Terremoto” – e ci
sentiamo onorati da una tradizione di cortesia e generosità genuine
al cento per cento: ci pregano di provare un paio di bicchieri del
loro ottimo passito da meditazione, il Dominus, della cui qualità
sono davvero felici. D’altronde, nell’Antico Testamento si raccomanda:
«Bevi il tuo vino con cuore allegro» (Ecclesiaste 9:7). .

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